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Hai mai pensato che la Sardegna e Israele potessero avere un legame più profondo di quanto immagini? Elio Moncelsi, artista e storico nuorese, ci svela una storia affascinante: quella di un’antica connessione tra sardi ed ebrei, un filo rosso che attraversa i secoli.

Dalle deportazioni romane all’editto del 1492, l’intervista di Moncelsi per La Nuova Sardegna ci porta in un viaggio nel tempo, alla scoperta di una Sardegna accogliente e rifugio per il popolo ebraico. Lo storico sardo ci racconta di comunità fiorenti, di cognomi condivisi, di una cultura che si è mescolata e arricchita nel cuore del Mediterraneo.

Ma non è solo storia: è un racconto di persone, di incontri, di un’affinità che va oltre i libri. Moncelsi ci parla di un legame che si sente, che si respira, che si legge nei volti e nelle tradizioni.

E se ti dicessi che anche tu, sardo, porti nel sangue un pezzetto di questa storia? Moncelsi ne è convinto: siamo tutti un po’ ebrei, eredi di un passato che ci unisce e ci rende unici.

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In “Eretici”, Leonardo Padura ci conduce in un viaggio avvincente che attraversa secoli e continenti, intrecciando le storie di una famiglia ebrea in fuga, un quadro perduto di Rembrandt e le indagini del suo iconico detective, Mario Conde.

Il romanzo, ambientato tra Cuba, Miami, New York e l’Amsterdam del XVII secolo, segue le tracce di Elías Kaminsky, un pittore newyorchese alla ricerca delle sue radici e di un mistero legato a un Rembrandt scomparso. Padura, in un’intervista rilasciata a La Nuova Sardegna, rivela che il libro nasce dal suo interesse per la storia degli ebrei cubani e dalla volontà di esplorare il tema della libertà individuale.

Uno degli episodi centrali del romanzo è la vicenda della nave Saint Louis, che nel 1939 trasportava rifugiati ebrei da Amburgo a L’Avana. Padura spiega che, nonostante la tradizione di tolleranza di Cuba, la nave fu respinta a causa di dinamiche economiche e pressioni politiche.

L’autore esplora anche il tema dell’identità, sottolineando come molti ebrei cubani, una volta emigrati negli Stati Uniti, abbiano riscoperto le loro radici religiose come forma di sopravvivenza e integrazione.

Un altro aspetto affascinante del romanzo è il legame tra la pittura di Rembrandt e la comunità ebraica di Amsterdam. Padura racconta come la vicinanza con gli ebrei abbia influenzato l’opera del pittore, portandolo a rappresentare l’umanità di Cristo in modo innovativo.

Infine, Padura riflette sul contesto storico in cui è ambientato il romanzo, il 2007, un periodo di transizione per Cuba, sottolineando come, nonostante i cambiamenti politici successivi, la società cubana stia ancora affrontando sfide significative.

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Nel pomeriggio del 22 settembre 2013, mentre l’isola era in fermento per la visita di Papa Francesco a Cagliari, ad Alghero si svolse un evento di portata storica: la riapertura della Porta a Mare, un varco murato da quasi tre secoli. Questo evento segnò un momento di riconciliazione con il passato ebraico della città, riportando alla luce un pezzo di storia dimenticata.

La cerimonia, che vide la partecipazione dell’allora ambasciatore d’Israele in Italia, Naor Gilon, e del suo predecessore Gideon Meir, rappresentò il culmine della “Settimana della Juharia”, una serie di eventi dedicati alla riscoperta del quartiere ebraico di Alghero.

La Porta a Mare, un tunnel che collega il porto con la piazza della Juharia, era stata chiusa nel 1728 per motivi di difesa. La sua riapertura non solo restituì alla città un antico passaggio, ma riaprì anche un dialogo con la storia ebraica di Alghero, una delle comunità più importanti della Sardegna nel XIV secolo.

L’evento fu anche l’occasione per un convegno di studi sulla presenza ebraica ad Alghero, che approfondì la storia di questa comunità e il suo impatto sulla città. Alghero, infatti, fu un importante centro ebraico, con una comunità economicamente potente che lasciò un segno indelebile nella storia locale.

La riapertura della Porta a Mare rappresentò un momento di grande significato simbolico, un ponte tra passato e presente, un modo per onorare la memoria di una comunità che ha contribuito a plasmare la storia di Alghero.

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Un’indagine avvincente, un mistero da svelare, una storia dimenticata che riemerge dal passato: “Gli Ultimi Ebrei” di Claudia Desogus è un romanzo che ci trasporta in un’Alghero inedita, alla scoperta delle tracce lasciate dalla comunità ebraica in Sardegna.

Dopo il successo delle fiabe sarde con “Il Viaggio Incantato”, premiato con il Nabokov Kids 2020, Claudia Desogus torna con un’opera che intreccia storia e fantasia, conducendoci in un’avventura emozionante.

Un Viaggio nel Tempo tra Alghero e Castelsardo

La storia è ambientata negli anni ’90 e ha come protagonisti due ragazzi che, partendo dal Palazzo Carcassona di Alghero, ancora oggi esistente, si lanciano in un’indagine alla ricerca di gioielli misteriosi e antiche opere d’arte sarde.

Il loro viaggio li porterà a ricostruire la tragica vicenda della famiglia Carcassona, la più potente famiglia ebraica del Quattrocento sardo, costretta a confrontarsi con la drammatica decisione dell’espulsione degli ebrei dal Regno di Spagna nel 1492.

Una Maledizione da Spezzare

Ma l’indagine non è solo una ricostruzione storica: i ragazzi dovranno anche liberare la famiglia Carcassona da una maledizione che incombe su di loro, in un intreccio di eventi prodigiosi e rivelazioni sorprendenti.

Il romanzo di Claudia Desogus ci conduce in un viaggio emozionante tra Alghero e Castelsardo, alla scoperta di un episodio poco conosciuto della storia sarda, che ha lasciato tracce importanti nell’isola.

Un’Eredità Culturale da Riscoprire

“Gli Ultimi Ebrei” è un’opera che ci invita a riflettere sull’importanza della memoria e sulla necessità di riscoprire le nostre radici culturali. Un romanzo che ci appassiona e ci fa conoscere un aspetto inedito della Sardegna.

Il libro è edito dalla casa editrice sassarese Catartica Edizioni, che continua a valorizzare la cultura e la storia della Sardegna attraverso opere di qualità.

Ti sei mai chiesto perché certi piatti sardi abbiano un sapore così…antico? La risposta potrebbe affondare le radici in una storia dimenticata, fatta di incontri, migrazioni e tradizioni nascoste. Un recente studio ha riportato alla luce l’influenza della cultura ebraica sulla gastronomia sarda, svelando come ricette secolari nascondano segreti e simbolismi legati a un popolo che ha lasciato un’impronta indelebile sull’isola.

L’articolo di Cagliari Pad ci guida alla scoperta di piatti come la “burrida” cagliaritana e il “pane purile“, testimonianze viventi di un incontro tra culture avvenuto secoli fa. A causa dell’editto di Granada, molti ebrei furono costretti a scegliere se lasciare la Sardegna o convertirsi al cristianesimo. Tanti tra i rimasti sull’isola continuarono però a tramandare le loro tradizioni culinarie in segreto, mescolandole con quelle locali.

L’associazione Chenàbura ha condotto una ricerca approfondita, svelando i segreti di queste pietanze e ricostruendo la storia di una comunità che ha lasciato un’impronta indelebile sull’isola. Un tour guidato nella “giuderia” di Cagliari ci permette di immergerci in questa storia, di immaginare la vita di queste persone e di assaporare i sapori di un passato ritrovato.

Questa ricerca è un invito a riscoprire le nostre radici e a riflettere su come il cibo possa essere un ponte tra culture e generazioni. Un’occasione per celebrare la diversità culturale e l’importanza della memoria storica, e per riscoprire il valore di tradizioni che rischiavano di essere dimenticate.

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