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Simcha Jacobovici, regista israeliano-canadese pluripremiato, ha svelato un’affascinante teoria che lega la Sardegna e il popolo ebraico. La sua curiosità è stata accesa dalle scuse della città di Alghero per l’espulsione degli ebrei nel 1492, evento che lo ha spinto a indagare su legami ben più antichi.

In un suo articolo per il World Jewish, Jacobovici ha ripreso le ipotesi del professor Adam Zertal dell’Università di Haifa, secondo cui il sito di El-Ahwat, in Israele, sarebbe stato un avamposto sardo nel XIII secolo a.C. Questa teoria si basa su un passo della Bibbia, nel libro dei Giudici, che descrive una guerra tra il generale Barak e il comandante cananeo Sisera. Secondo Zertal, Sisera era sardo e El-Ahwat la sua roccaforte.

Se confermata, questa teoria porterebbe il contatto tra sardi ed ebrei a 3.300 anni fa, un legame antichissimo che Jacobovici ha voluto portare alla luce.

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Sapevi che la Sardegna ha un cuore ebraico? Dopo secoli di silenzio, la storia sta per essere riscritta. L’associazione Chenàbura lancia una campagna di raccolta fondi per realizzare un sogno: un Centro di Cultura Ebraica nel cuore di Cagliari, nel quartiere storico di Castello.

Immagina un luogo dove la memoria incontra il futuro, dove le antiche tradizioni si fondono con la modernità. Un luogo di incontro, di studio, di preghiera, aperto a tutti coloro che vogliono scoprire le radici ebraiche della Sardegna.

Con il tuo aiuto, potremo:

  • Creare una biblioteca e un archivio di documenti storici.
  • Organizzare eventi culturali, mostre e proiezioni cinematografiche.
  • Promuovere la conoscenza della cultura ebraica nelle scuole e nelle università.
  • Sostenere la rinascita di una comunità ebraica a Cagliari.
  • Combattere l’antisemitismo e costruire ponti di dialogo.

Il nostro programma per il 2024/2025 è ricco di iniziative: dalla Giornata della Memoria al Festival del Cinema del Mediterraneo orientale, dai tour guidati nelle antiche Giuderie alle celebrazioni delle festività ebraiche.

Ma non ci fermiamo qui! Vogliamo creare una Camera di Commercio Sardegna-Israele, organizzare corsi di ebraico, gemellaggi tra comuni e istituti di ricerca, e molto altro ancora.

Il tuo contributo è fondamentale per realizzare questo progetto ambizioso. Insieme, possiamo far rivivere la memoria di una comunità millenaria e costruire un futuro di dialogo e comprensione.

Unisciti a noi in questa avventura! Ogni donazione, grande o piccola, è un passo verso la realizzazione del nostro sogno.

Più informazioni su Buonacausa.org

Il libro “La cucina marrana in Sardegna”, scritto da Alessandra Addari, Mario Carboni, Camilla Massa e Amleto Elia, si propone, a partire dai principali piatti sardi, di ritrovare quelle radici ebraiche che si nascondono nella loro misteriosa genesi.

Dopo una breve introduzione sulla storia degli ebrei in Sardegna, si accenna alla storia della cucina nel basso Medioevo, consultabile negli archivi di Stato, grazie all’opera di  Gabriella Olla Repetto e Carla Ferrante. Infine il libro si dedica alle somiglianze tra i nostri piatti e quelli della tradizione ebraica. Tra le interessanti ricette proposte nel piccolo ricettario incluso nel libro, quella de su pane ‘e saba.

PANE MARRANU CUN SABA DE CANNONAU

Non molti sanno che in Sardegna su pane ‘e saba ha origine ebraica o meglio marrana, cioè degli ebrei convertiti a forza.
Era il pane che i marrani preparavano di nascosto per la sera del Venerdì, in sardo Chenàbura, per poter dissimulare durante la cena dello Shabbath e durante il Sabato lo spezzare e distribuire fra i presenti il pane con il sale assieme alla benedizione del vino.
Siccome non era possibile avere il vino Kasher come prima della cacciata del 1492 quando s’importava o si produceva nella Comunità, nei primi tempi si rendeva puro il vino prodotto da non ebrei riscaldandolo quasi a bollitura e raffreddandolo per poterlo poi bere.
In seguito fu più comodo produrre lo sciroppo di mosto chiamato saba che ritenevano potesse essere vino yayin mevushal e quindi Kasher.
Si trattava di un pane di festa in sostituzione della Challah tradizionale a forma di treccia , non più chiaro anche se di semola di grano duro e divenuto scuro per il colore della saba.
Il pane era arricchito di spezie e di mandorle, nocciole, pistacchi macinati e frutta candita, a volte i più temerari imprimevano una Menorah con una pintadera ma era molto pericoloso perché poteva venir a conoscenza anche per una spiata dall’Inquisizione sempre in cerca di Marrani da perseguitare e per così poco si rischiava il rogo destinato agli apostati.
Col trascorrere dei secoli e con l’integrazione dei Marrani con i sardi, questo pane si trasformò in una sorta di dolce, come oggi lo conosciamo, molto ricco di frutta secca, canditi ed altro e con una proporzione molto alta di saba rispetto alla farina tanto da impedirne la fermentazione e quindi non più spugnoso e ormai abbastanza duro tanto da richiedere una certa forza per tagliarlo col coltello.
Dopo un paio di prove sono riuscito a produrre un vero pane alla saba, con le giuste proporzioni, come era in passato su pane marranu.

Dosi:
500gr di semola rimacinata di  grano duro
300 gr di saba di cannonau
100 gr di acqua
2 cucchiai di olio evo Kasher ogliastrino
1 cucchiaio di zucchero di canna
70 gr di granella di mandorle, nocciole e pistacchio
20 gr di lievito in polvere per pane
Il tutto lavorato sino a cottura dalla mia fedele macchina per il pane in posizione ben cotto.

Il risultato è stato eccellente e malgrado abbia scelto di non aggiungere spezie il profumo ha invaso la casa e il sapore e la consistenza mi hanno soddisfatto.
La prossima volta proverò con 50 gr di acqua in più nella speranza che venga leggermente più spugnoso.

Il nome Sinnai, un piccolo comune sardo, racchiude in sé un mistero affascinante, un enigma che ha incuriosito storici e linguisti per secoli. Tra le diverse teorie sull’origine del toponimo, una delle più suggestive e intriganti è quella che lo lega a una comunità ebraica deportata in Sardegna circa duemila anni fa.

La Teoria del Monte Sinai

Secondo questa ipotesi, un gruppo di ebrei, trasferiti in Sardegna durante il regno dell’imperatore Tiberio, avrebbe trovato rifugio nelle zone oggi occupate dai comuni di Sinnai e Maracalagonis. Colpiti dalla somiglianza tra le montagne del Serpeddì e il Monte Sinai, luogo sacro della loro fede, avrebbero battezzato la nuova terra con il nome della loro montagna.

Questa suggestiva somiglianza tra il paesaggio sardo e quello mediorientale è supportata anche da altre corrispondenze geologiche, come il massiccio di granito di Mont’e Xena (o Monte Genis), che conserva toponimi evocativi come “Matt’e Abramu”, “Bruncu Adamu” e “Bruncu Salamu”.

Altre Teorie e Influenze

Oltre alla teoria del Monte Sinai, esistono altre affascinanti ipotesi sull’origine del nome Sinnai. Una di queste lo lega a una pratica antica di marchiare il bestiame, derivandolo dal verbo sardo “sinnāi”, che significa “segnare”.

Un’altra teoria, avanzata dall’archeologo Giovanni Spano, suggerisce che il nome possa derivare dalla radice “SCIN”, comune in località situate vicino a dirupi o formazioni rocciose, o dal termine fenicio “SINA”, che significa “rovo” o “arbusto”.

Infine, la radice “Sin” appare frequentemente in tutta la Sardegna, spesso a indicare aree di confine o zone particolarmente impervie.

Un Mosaico di Culture e Tradizioni

La pluralità di queste teorie riflette la ricchezza storica e culturale della Sardegna, un’isola in cui tradizioni antiche e influenze esterne si sono intrecciate nel corso dei secoli, lasciando tracce indelebili nei toponimi e nelle storie locali.

Il nome Sinnai, è un esempio di come la storia e la cultura di un luogo possano essere stratificate e complesse, un mosaico di influenze che ci invita a esplorare il passato per comprendere meglio il presente.

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La storia di Dimitar Peshev è un potente esempio di come un singolo individuo possa fare la differenza, cambiando il corso della storia. La sua vita, segnata da un atto di straordinario coraggio, ci insegna che anche in tempi oscuri, la luce della giustizia può brillare.

Peshev, un avvocato di successo proveniente da una famiglia aristocratica, era una figura di spicco nella politica bulgara. Affascinato dagli ideali totalitari che imperversavano in Europa nel XX secolo, ricoprì importanti cariche, tra cui quella di Ministro della Giustizia e Vicepresidente del Parlamento.

Nel marzo del 1943, un incontro casuale con un vecchio compagno di scuola ebreo cambiò radicalmente la sua vita. L’amico, disperato, gli rivelò un accordo segreto tra il governo bulgaro e i nazisti per la deportazione di tutta la comunità ebraica bulgara verso i campi di sterminio.

Peshev, a differenza di molti altri, comprese la gravità della situazione e decise di agire. Radunò un gruppo di deputati e si recò immediatamente dal Ministro dell’Interno, costringendolo a sospendere l’ordine di deportazione. Non contento, presentò una dura lettera di protesta in Parlamento, sostenendo che solo salvando gli ebrei, la Bulgaria avrebbe salvato il proprio onore.

La sua azione suscitò una forte reazione da parte di altri politici, intellettuali e membri della chiesa ortodossa. Tuttavia, la pressione esercitata da Peshev e dai suoi sostenitori costrinse il governo e il re a fare marcia indietro, salvando la comunità ebraica dalla deportazione.

Peshev pagò caro il suo gesto. Perse la carica di Vicepresidente del Parlamento e rischiò di essere consegnato ai tedeschi. Dopo l’occupazione della Bulgaria da parte dell’Armata Rossa, fu processato dal nuovo regime comunista e condannato a 15 anni di carcere, nonostante le testimonianze degli ebrei che aveva salvato.

Morì in solitudine, senza mai rinnegare il suo gesto. La sua storia, rimasta a lungo nell’ombra, fu riportata alla luce grazie allo studioso Gabriele Nissim, che incontrò casualmente un sopravvissuto ebreo bulgaro durante una ricerca all’Archivio di Yad Vashem a Gerusalemme, e decise di raccontare la vita di Peshev nel libro “L’uomo che fermò Hitler. La storia di Dimitar Peshev, che salvò gli ebrei di una nazione intera”.

La storia di Dimitar Peshev è un esempio di coraggio e umanità in un’epoca buia. La sua azione dimostra che anche un singolo individuo può fare la differenza, scegliendo di schierarsi dalla parte della giustizia.

Due mesi di incontri iniziati il 12 novembre del 2024 per raccontare a tutto tondo la cultura e la storia del popolo ebraico, con interventi di docenti universitari, studiosi di testi antichi, giuristi.
Un ricco calendario con uno spazio dedicato al cinema, ad una mostra in ricordo degli ottanta anni della deportazione degli ebrei di Rodi e al sardo Girolamo Sotgiu, alle celebrazioni del calendario festivo.
Ogni martedì un appuntamento con la cultura che ha permesso ai tanti appassionati di entrare nel profondo di costumi e usanze del popolo ebraico, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a contribuire alla lotta all’antisemitismo.
Una storia quella del popolo ebraico caratterizzata da continue persecuzioni, un capro espiatorio buono per tutti i periodi storici nei quali le crisi economiche unite a quelle dei valori hanno portato alla caccia di un nemico comune, cui attribuire i mali che affliggevano la società. Lotta all’antisemitismo, ma anche ricerca dei valori giudaico cristiani che accomunano gli europei e del grande contributo che questi hanno dato al progresso e alla civilizzazione, questi gli obiettivi della stagione culturale di Chenàbura.
Nell’immagine sotto la foto scattata durante una lezione tenuta dalla docente universitaria Nicoletta Bazzano “Gli ebrei in Europa: dalla peste nera al Rinascimento”.

 

Lunedì 7 ottobre 2024, l’associazione Chenàbura Sardos pro-Israele invita a una serata di riflessione e memoria presso la propria sede in Via Lamarmora 88, Cagliari. L’evento, gratuito e su prenotazione, avrà inizio alle ore 18:00 con i saluti del Presidente Mario Carboni.

A seguire, verrà proiettato il docufilm “#Nova – Yes studio 2024”, un’opera che racconta con realismo e pudore la tragica strage di Hamas al Nova Festival, attraverso i video delle vittime e dei carnefici.

La serata proseguirà con un collegamento in diretta da Tel Aviv con il giornalista e scrittore Micheal Sfaradi, e con la testimonianza del direttore Bruno Spinazzola, che ripercorrerà gli eventi del 7 ottobre attraverso immagini inedite e significative.

Dopo una discussione aperta, la serata si concluderà con la preghiera del Kaddish in memoria delle vittime.

Un’occasione per ricordare, riflettere e testimoniare la solidarietà verso le vittime di questa tragedia.

Nel settembre del 2024 una delegazione dell’associazione Chenàbura si è recata in Israele per realizzare un documentario sul 7 ottobre e racconta:
“Un colpo al cuore. Visitare il Kibbutz Be’eri è stata un’esperienza dolorosa, chi non vede con i propri occhi ciò di cui sono stati capaci i terroristi di Hamas non può rendersi conto della gravità, dell’inumanità, del sadismo di quell’aggressione. 101 le persone uccise, alcune bruciate vive, bambini e donne, anziani e anziane. E da questo posto pacifico e pacifista sono stati prelevati 32 ostaggi portati poi a Gaza. Natasha, la nostra guida, è di origini Sud Africane. E’ venuta qui per una scelta di vita tanti anni fa. Amava il sistema di condivisione – qui nulla è privato- case tutte uguali, qualcuna un po’ più grande per chi ha famiglia numerosa, la scuola per i bambini, il centro di socializzazione, la mensa dove si mangia insieme. Una comunità agricola che coltiva la terra circostante e tanti erano i palestinesi che lavoravano al suo interno, cordiali i rapporti con i residenti con i quali dividevano le fatiche di una vita dedita all’agricoltura.
Una speranza di pace spazzata via il 7 ottobre. Negli occhi di Natasha tutta la disperazione e la desolazione di aver perso soprattutto la speranza di un’umanità gentile e capace di superare le diversità. Abbiamo visto case bruciate, i buchi nei muri delle mitragliatrici, le tracce di sangue ancora visibili nei mobili o dietro qualche angolo della casa riparo inutile nella maggior parte dei casi. E le tante foto di bambini innocenti, massacrati per il solo fatto di essere ebrei”.