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Il libro “La cucina marrana in Sardegna”, scritto da Alessandra Addari, Mario Carboni, Camilla Massa e Amleto Elia, si propone, a partire dai principali piatti sardi, di ritrovare quelle radici ebraiche che si nascondono nella loro misteriosa genesi.

Dopo una breve introduzione sulla storia degli ebrei in Sardegna, si accenna alla storia della cucina nel basso Medioevo, consultabile negli archivi di Stato, grazie all’opera di  Gabriella Olla Repetto e Carla Ferrante. Infine il libro si dedica alle somiglianze tra i nostri piatti e quelli della tradizione ebraica. Tra le interessanti ricette proposte nel piccolo ricettario incluso nel libro, quella de su pane ‘e saba.

PANE MARRANU CUN SABA DE CANNONAU

Non molti sanno che in Sardegna su pane ‘e saba ha origine ebraica o meglio marrana, cioè degli ebrei convertiti a forza.
Era il pane che i marrani preparavano di nascosto per la sera del Venerdì, in sardo Chenàbura, per poter dissimulare durante la cena dello Shabbath e durante il Sabato lo spezzare e distribuire fra i presenti il pane con il sale assieme alla benedizione del vino.
Siccome non era possibile avere il vino Kasher come prima della cacciata del 1492 quando s’importava o si produceva nella Comunità, nei primi tempi si rendeva puro il vino prodotto da non ebrei riscaldandolo quasi a bollitura e raffreddandolo per poterlo poi bere.
In seguito fu più comodo produrre lo sciroppo di mosto chiamato saba che ritenevano potesse essere vino yayin mevushal e quindi Kasher.
Si trattava di un pane di festa in sostituzione della Challah tradizionale a forma di treccia , non più chiaro anche se di semola di grano duro e divenuto scuro per il colore della saba.
Il pane era arricchito di spezie e di mandorle, nocciole, pistacchi macinati e frutta candita, a volte i più temerari imprimevano una Menorah con una pintadera ma era molto pericoloso perché poteva venir a conoscenza anche per una spiata dall’Inquisizione sempre in cerca di Marrani da perseguitare e per così poco si rischiava il rogo destinato agli apostati.
Col trascorrere dei secoli e con l’integrazione dei Marrani con i sardi, questo pane si trasformò in una sorta di dolce, come oggi lo conosciamo, molto ricco di frutta secca, canditi ed altro e con una proporzione molto alta di saba rispetto alla farina tanto da impedirne la fermentazione e quindi non più spugnoso e ormai abbastanza duro tanto da richiedere una certa forza per tagliarlo col coltello.
Dopo un paio di prove sono riuscito a produrre un vero pane alla saba, con le giuste proporzioni, come era in passato su pane marranu.

Dosi:
500gr di semola rimacinata di  grano duro
300 gr di saba di cannonau
100 gr di acqua
2 cucchiai di olio evo Kasher ogliastrino
1 cucchiaio di zucchero di canna
70 gr di granella di mandorle, nocciole e pistacchio
20 gr di lievito in polvere per pane
Il tutto lavorato sino a cottura dalla mia fedele macchina per il pane in posizione ben cotto.

Il risultato è stato eccellente e malgrado abbia scelto di non aggiungere spezie il profumo ha invaso la casa e il sapore e la consistenza mi hanno soddisfatto.
La prossima volta proverò con 50 gr di acqua in più nella speranza che venga leggermente più spugnoso.

Il libro “La Cucina Ebraica in Sardegna. L’eredità della Diaspora nella tradizione sarda”, scritto da Alessandra Addari, Mario Carboni, e Aymen Bichiou, ricerca, così come suggerito dal titolo, le tracce lasciate nella cucina tradizionale sarda dalla presenza ebraica sull’isola.

Qui di seguito, un estratto a cura di Alessandra Addari sulla bottarga.

La Bottarga
A cura di Alessandra Addari
La bottarga è una prelibatezza conosciuta in tutto il bacino del Mediterraneo. Anche nella comunità ebraiche.
Nell’isola probabilmente venne fatta conoscere dai commercianti fenicio punici che si erano insediati nel golfo dell’oristanese, a Tharros. Si tratta di uova di muggine, tonno, molta o pesce spada salate e lasciate essiccare almeno quattro o cinque mesi sotto un peso. Anticamente anche nell’isola venivano utilizzate soltanto dalle piccole comunità di pescatori e fino agli anni ‘70 non era un cibo diffuso in tutta l’isola.

Si trattava più che altro di un alimento che un tempo gli uomini di mare imbarcati e ai quali spettavano di diritto le interiora dei pesci, preparavano per affrontare i lunghi giorni trascorsi a pesca. Si tratta però di una preparazione antichissima, probabilmente arriva dagli arabi che con il nome battarikh, progressivamente diffusero il prodotto in tutto il Mediterraneo. Certo è che come sempre gli ebrei che facevano proprie alcune usanze dei luoghi in cui erano transitati, contribuirono a diffonderne l’uso.
Così per la bottarga di cui particolarmente gli ebrei di origine Nord Africana sono ghiotti.

Le prime notizie ufficiali del consumo di questo prodotto si hanno nel 1386 quando in un documento ufficiale si parla di una nave corsara catalano – aragonese che catturò un veliero in uscita dal porto di Oristano carico di “anguilla salada e bottarghe”.
In lingua sarda il termine utilizzato è butàriga che è evidentemente molto vicino per suono a quello arabo, battarik. Qualunque ne sia l’origine oggi la bottarga prodotta nell’isola in particolare a Alghero, Carloforte, Sant’Antioco, San Teodoro, Cabras, Porto Pino, Cagliari e Tortolì è considerata l’oro dei sardi. La si consuma come antipasto, tagliata a fettine e ammorbidita con olio extravergine su un letto di carciofi o addirittura inserita nei fichi freschi di stagione.
Rinomata è la pasta con la bottarga o anche il curioso abbinamento di cicoria e bottarga.

SPAGHETTI ALLA BOTTARGA
INGREDIENTI (per 4 persone):
400 gr spaghetti n. 5
2/3 teste d’aglio
1 scalogno piccolo
olio extravergine

La preparazione è abbastanza semplice, mentre l’acqua è in ebollizione versate gli spaghetti e in contemporanea fate soffriggere 2-3 cucchiai d’olio, l’aglio in camicia leggermente schiacciato con lo scalogno finemente tritato. Grattugiate la bottarga nella quantità
desiderata.
Quando gli spaghetti sono cotti scolateli, conservando un po’ di acqua di cottura, e trasferiteli direttamente nel tegame con l’olio.
Fate saltare qualche istante in modo che la pasta resti condita in modo omogeneo e cospargetela con la bottarga grattugiata. Mescolate velocemente, unendo un filo d’acqua di cottura per creare una sorta di crema e spegnete il fuoco, servite e a questo punto aggiungete in ogni piatto alcune scaglie di bottarga.

Un connubio di passione, tradizione e innovazione: è la storia di Giulia Mura, imprenditrice ogliastrina che ha portato la sua azienda agricola Pelau a un traguardo importante: la prima produzione sarda di olio kosher.

Giulia, 40 anni e una laurea in giurisprudenza, ha ereditato dalla sua famiglia una preziosa eredità: terreni agricoli in Ogliastra, una delle zone più fertili della Sardegna, rinomata per la produzione di olio e vino. Con la sua visione imprenditoriale, ha deciso di valorizzare questa eredità, portando i prodotti della sua terra sui mercati internazionali.

L’azienda Pelau, già premiata con un Oscar Green per l’innovazione, si distingue per l’attenzione alla sostenibilità ambientale. Giulia ha infatti investito in macchinari a basso impatto ambientale e ha avviato un progetto di recupero degli scarti del frantoio per la produzione di biomasse e biogas, in collaborazione con l’Università di Atene.

L’incontro con la cultura ebraica è avvenuto per caso, grazie a un rabbino che le ha proposto di produrre olio kosher. Giulia ha accettato la sfida, superando le difficoltà legate alle rigide regole della certificazione kosher.

La prima produzione di olio kosher è arrivata quest’anno, con la benedizione dell’autorità religiosa. Giulia è ora pronta a conquistare il mercato americano, portando nel mondo non solo un prodotto di eccellenza, ma anche l’immagine di una Sardegna produttiva e innovativa.

“Non è stato facile seguire tutte le indicazioni richieste per produrre un olio kosher”, racconta Giulia, “ma per me è stata soprattutto una fonte di crescita personale, che mi ha avvicinato a questa cultura millenaria”.

La storia di Giulia Mura è un esempio di come la passione per la propria terra, unita all’innovazione e all’apertura verso nuove culture, possa portare a risultati straordinari.

La Sardegna, terra di antiche tradizioni e crocevia di culture, custodisce un legame millenario con il mondo ebraico, testimoniato da tracce linguistiche e usanze culinarie che si tramandano di generazione in generazione. Mario Carboni, in un’appassionata riflessione, ci guida alla scoperta di questo legame, partendo dalla lingua sarda, un idioma neolatino unico, studiato in tutto il mondo per le sue peculiarità.

Tracce Linguistiche ebraiche in Sardegna

Il mese di settembre, “Cabudanni” in sardo, richiama il “Rosh Hashanah” ebraico, l’inizio dell’anno. Il venerdì, “Chenàbura”, evoca la “Coena pura”, la vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. E ancora, “Lampadas”, giugno, ricorda le lampade accese nel solstizio d’estate.

Queste tracce linguistiche, secondo il linguista Max Leopoldo Wagner, sarebbero state introdotte in Sardegna dagli ebrei del Nord Africa, durante il periodo in cui l’isola era sotto il dominio dell’Esarcato d’Africa o di Cartagine.

“Su Pane Purile”: L’Azzimo Sardo, un’Eredità Culturale

Ma è nella tradizione culinaria che il legame tra Sardegna ed ebraismo si manifesta con maggiore evidenza. “Su Pane Purile”, o “Cotzula Purile”, è il pane azzimo sardo, preparato senza lievito e consumato durante la Pasqua ebraica, il Pesach.

L’assonanza tra “Purile” e “Purim”, la festa ebraica che precede Pesach, testimonia l’influenza della cultura ebraica nella tradizione sarda.

Un’Usanza Antica, un Legame Vivo

La preparazione del “Pane Purile”, descritta da viaggiatori e scrittori come Padre Antonio Bresciani, rievoca le usanze bibliche, con la cottura del pane nella cenere calda o sui carboni.

Un’usanza che si è tramandata nel tempo, fino ai giorni nostri, quando alcune confraternite neocatecumenali cattoliche celebrano l’Eucaristia con pane azzimo, rievocando l’Ultima Cena di Gesù, ebreo praticante, che consumò pane azzimo durante il Seder pasquale.

Mario Carboni, con i suoi ricordi d’infanzia, ci riporta alle tradizioni familiari, quando “Su Pane Purile” veniva preparato con cura e passione, un gesto che univa le generazioni e custodiva un’eredità culturale millenaria.

Ti sei mai chiesto perché certi piatti sardi abbiano un sapore così…antico? La risposta potrebbe affondare le radici in una storia dimenticata, fatta di incontri, migrazioni e tradizioni nascoste. Un recente studio ha riportato alla luce l’influenza della cultura ebraica sulla gastronomia sarda, svelando come ricette secolari nascondano segreti e simbolismi legati a un popolo che ha lasciato un’impronta indelebile sull’isola.

L’articolo di Cagliari Pad ci guida alla scoperta di piatti come la “burrida” cagliaritana e il “pane purile“, testimonianze viventi di un incontro tra culture avvenuto secoli fa. A causa dell’editto di Granada, molti ebrei furono costretti a scegliere se lasciare la Sardegna o convertirsi al cristianesimo. Tanti tra i rimasti sull’isola continuarono però a tramandare le loro tradizioni culinarie in segreto, mescolandole con quelle locali.

L’associazione Chenàbura ha condotto una ricerca approfondita, svelando i segreti di queste pietanze e ricostruendo la storia di una comunità che ha lasciato un’impronta indelebile sull’isola. Un tour guidato nella “giuderia” di Cagliari ci permette di immergerci in questa storia, di immaginare la vita di queste persone e di assaporare i sapori di un passato ritrovato.

Questa ricerca è un invito a riscoprire le nostre radici e a riflettere su come il cibo possa essere un ponte tra culture e generazioni. Un’occasione per celebrare la diversità culturale e l’importanza della memoria storica, e per riscoprire il valore di tradizioni che rischiavano di essere dimenticate.

Leggi l’articolo completo su Cagliaripad.it