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Nel maggio 2019, l’Auditorium del Conservatorio di Musica “G. Pierluigi da Palestrina” di Cagliari ha ospitato un evento musicale di grande rilievo: il recital del pianista israeliano Misha Dacić. L’artista, acclamato a livello internazionale, ha offerto al pubblico cagliaritano un programma affascinante, spaziando tra le musiche di Scarlatti, Schumann, Albeniz ed Enescu.

Misha Dacić, già noto per le sue esibizioni nei più prestigiosi palcoscenici del mondo, ha incantato il pubblico con la sua tecnica impeccabile e la sua profonda interpretazione. La sua performance ha rappresentato un’esperienza emozionante attraverso epoche e stili musicali diversi, confermando il talento e la versatilità di questo straordinario pianista.

La serata è stata un’occasione per apprezzare la bravura di Misha Dacić, che ha saputo conquistare il pubblico con la sua passione e la sua maestria.

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Noa, la celebre cantante israeliana, ha un legame speciale con la Sardegna, un’isola che ama per la sua bellezza e la sua ricca tradizione musicale. Nel 2021, questo legame si è concretizzato nella collaborazione con il trombettista sardo Paolo Fresu per il brano “Due Cuori-Andimironnai”, una reinterpretazione di un’antica melodia sarda.

La canzone, composta da Andrea Granitzio, affonda le sue radici nell’Andimironnai, un canto tradizionale sardo, e fa parte di un progetto più ampio per valorizzare l’identità culturale della Sardegna. Noa, con la sua voce incantevole, ha arricchito il brano con una strofa in ebraico, creando un ponte tra culture diverse.

La carriera di Noa è costellata di successi, da “La vita è bella” alla collaborazione con Pino Daniele, e di riconoscimenti, come il premio “Artista per la Pace”. Il suo amore per la Sardegna si è manifestato anche in altre occasioni, come le esibizioni con Andrea Parodi ed Elena Ledda.

“Due Cuori-Andimironnai” è solo l’ultimo capitolo di una storia d’amore tra Noa e la Sardegna, un’isola che ha conquistato il suo cuore e la sua arte.

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Nel maggio 2022, il Teatro Lirico di Cagliari ha ospitato un evento musicale di grande prestigio: il concerto del pianista israeliano Tom Borrow. Il giovane artista, astro nascente del concertismo internazionale, ha offerto al pubblico cagliaritano un programma ricco e variegato, spaziando dalle atmosfere romantiche di Chopin alle sonorità più moderne di Janáček e Prokof’ev.

La serata si è aperta con la Sonata in mi bemolle minore per pianoforte “1.X.1905” di Leoš Janáček, un’opera intensa e appassionata. A seguire, Tom Borrow ha eseguito tre capolavori di Fryderyk Chopin: la Fantasia in fa minore op. 49, la Ballata n. 3 in La bemolle maggiore op. 47 e la Polacca-Fantasia in La bemolle maggiore op. 61. Il concerto si è concluso con la Sonata n. 6 in La maggiore op. 82 di Sergej Prokof’ev, un’opera complessa e virtuosistica.

La performance di Tom Borrow ha incantato il pubblico, che ha apprezzato la sua tecnica impeccabile e la sua sensibilità interpretativa. Un viaggio musicale emozionante, che ha confermato il talento di questo giovane pianista israeliano.

Nel febbraio del 2023, la Sardegna ha ospitato un evento di danza di risonanza internazionale: la Koresh Dance Company (USA) ha portato in scena “La Danse & Bolero”, uno spettacolo che ha affascinato il pubblico di Sassari e Cagliari.

Le coreografie di Ronen “Roni” Koresh, coreografo israeliano di fama mondiale, hanno dato vita a un dialogo tra arte e musica. “La Danse”, ispirata ai dipinti di Henri Matisse, ha portato sul palco un’esplosione di colori e movimenti, mentre “Bolero”, sulle note dell’omonima composizione di Maurice Ravel, ha trascinato il pubblico in un crescendo di energia e ritmo.

Gli spettacoli, tenutisi al Teatro Comunale di Sassari e al Teatro Massimo di Cagliari, hanno visto protagonisti i talentuosi ballerini Melissa Rector, Micah Geyer, Kevan Sullivan, Robert Tyler, Sarah Shaulis, Paige Devitt, Callie Hocter, Devon Larcher e Savanna Mitchell. La loro interpretazione ha reso omaggio alla versatilità e alla capacità della Koresh Dance Company di esplorare diverse sfaccettature della danza e della vita.

“La Danse & Bolero” ha rappresentato un momento di grande emozione per il pubblico sardo, che ha potuto apprezzare la bellezza e l’energia di questa compagnia, per la prima volta in Italia e in Sardegna.

Ronen “Roni” Koresh ha portato in Sardegna nel febbraio scorso la sua compagnia,  ospite della Cedac/ Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna, la principale organizzazione di spettacoli dell’isola.

Due le piazze coperte, quella al Teatro Comunale di Sassari, e l’altra  al Teatro Massimo di Cagliari. Lo spettacolo  “La Danse & Bolero” comprende l’avvincente racconto per quadri ispirato ai celebri dipinti di Henri Matisse, figura di spicco della corrente artistica dei Fauves, dall’innovativo e già dirompente “Le bonheur de vivre” alle due versioni de “La Danse”, custodite rispettivamente al Museum of Modern Art di New York e al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e l’inedita coreografia ispirata al “Boléro” di Maurice Ravel, costruita su una metrica incalzante e ipnotica, in un crescendo ricco di energia e pathos culminante nel travolgente e quasi parossistico finale.

«Penso che questi due lavori siano una meravigliosa rappresentazione della versatilità e della capacità della Koresh Dance Company di esplorare molti aspetti diversi della vita e della danza» – ha affermato il coreografo e direttore artistico Ronen “Roni” Koresh .

La Dance”, trasfigurazione coreutica dell’arte di Matisse su musiche composte da John Levis, impreziosita dai testi poetici scritti e recitati da Karl Mullen, nasce da uno spunto quasi autobiografico: «Il poster de “La Danse” era appeso nella mia camera da letto quando ero bambino, e mi piaceva per i colori e il disegno dei corpi, ma non lo guardavo da persona matura, ero un bambino… e l’ho adorato» – racconta Ronen Koresh –. «Cinque anni fa, questo dipinto è apparso su Facebook insieme alla storia di un’opera di Matisse rubata a una famiglia durante la seconda guerra mondiale e successivamente recuperata e restituita ai legittimi proprietari. Allora si è risvegliato di nuovo il mio interesse, mi sono soffermato a guardarlo, ma questa volta con occhi diversi. Ho iniziato a vedere il vero significato dietro a questo meraviglioso dipinto. Potevo vedere la vita intorno a noi, il cielo blu e la terra verde e le persone in cerchio che si aggrappavano. Potevo vedere il dolore, potevo vedere la gioia, potevo vedere la lotta e la forza all’interno del cerchio della vita. Questo mi ha ispirato a creare le mie storie su ciò che avevo vissuto, guardando il dipinto. Il mio lavoro come coreografo si occupa di umanità, relazioni e comunità. Ecco perché questo dipinto era perfetto per ciò che aspiro a creare».

Tra i capolavori della storia del balletto, il “Boléro” di Maurice Ravel, creato per Ida Rubinštejn (che lo eseguì per la prima volta all’Opéra national de Paris il 22 novembre 1928, con la coreografia di Bronislava Nijinska), ha affascinato grandi coreografi: «Ho sempre voluto coreografare il “Boléro” e sono sempre stato ispirato dalla musica di Ravel» – rivela Ronen Koresh –. «Trovo che abbia molti strati diversi e poiché molti coreografi si sono espressi attraverso questo particolare brano musicale, ho voluto condividere anche la mia interpretazione. Dopo molti tentativi, ho trovato la mia strada attraverso la grande quantità di infinite espressioni, ed è così che il mio “Bolero” ha preso vita. Nel mio studio c’era una finestra sull’atrio, dove i ragazzi si incontrano per socializzare e aspettano l’inizio della lezione dopo le mie prove. Ci stavano guardando mentre provavamo Boléro, e io ho guardato attraverso la finestra e ho visto tutti i bambini che ballavano intorno. Erano davvero buffi e si muovevano in modo molto naturale seguendo la musica. Sono rimasto stupito e ho pensato: “ecco il mio Bolero”. È stato proprio lì, con i bambini intenti a ballare senza paura, con la semplicità e l’innocenza dell’infanzia, che ho trovato l’ispirazione per creare la mia versione del “Bolero”. Il coreografo israeliano non teme i confronti con i grandi maestri: «Il passato mi ha sempre guidato e mi ha portato dove sono oggi, quindi sono grato a tutti i grandi coreografi che sono venuti prima di me. Ho imparato così tanto da loro e oggi esprimo le mie esperienze. Spero di essere un’ispirazione per i coreografi più giovani che verranno».

«La danza è la mia vita e la vita è una danza» – dichiara Ronen “Roni” Koresh –. «Fin da quando ero bambino, mi è sempre piaciuto mostrare ad altri bambini i passi che stavo inventando. Mi piaceva condividere il movimento con le persone. Penso che sia stato l’inizio della mia carriera di coreografo. Amo la narrazione. Amo intrattenere le persone e amo condividere il mio amore per l’arte, specialmente attraverso la danza». Tra i suoi maestri, gli insegnanti che hanno contribuito alla sua formazione, l’artista cita: «In Israele mia madre, Yona Koresh, e poi Alida Gera, Micah Deri, Nira Paz, Moshe Romano. In America Martha Graham, molti insegnanti di Alvin Ailey, Shimon Brown, Luigi e molti altri».

Nel 1991 il coreografo ha fondato la sua compagnia, la Koresh Dance Company: «Ho sempre avuto un certo talento nel creare la danza, nel costruire coreografie per gli studenti. Quando insegnavo alla University of the Arts, ho visto molti studenti laurearsi e la prima domanda che si ponevano era: “dove vado da qui?”. Non era facile trovare una risposta, perché non c’erano molte compagnie di danza in giro mentre c’erano molti ballerini» – ricorda Ronen “Roni” Koresh –. «I miei danzatori mi chiedevano di fondare una compagnia. Ero spaventato. Non pensavo di poterlo fare, ma quando mi sono guardato intorno e ho visto tutti quei meravigliosi volti di artisti pieni di talento, ho deciso di farlo. È stata una decisione difficile e ha richiesto un grande impegno, tanto duro lavoro. Ci sono voluti molti anni perché la compagnia si affermasse e diventasse ciò che è oggi. Col senno di poi, è stato un modo per me di restituire qualcosa alla mia comunità».

Come nasce una coreografia? «La mia ispirazione viene principalmente dalle persone e dagli eventi che danno forma alle nostre vite, e dal desiderio di affinare la mia capacità di comunicare in modo più efficace e significativo attraverso l’arte della danza» – dichiara Ronen “Roni” Koresh –. E annuncia: «Il mio prossimo progetto si chiama “Masquerade”: è una creazione collettiva, un’opera teatrale impreziosita dalla presenza del canto e della danza dal vivo. Il pubblico si troverà immerso in un ambiente imprevedibile, di nuova musica elettronica e sinfonica e di movimento, che mette in risalto lo spazio liminale della realtà che si ripiega su se stessa. Il confine tra realtà e finzione non esiste più. La verità appartiene all’immaginazione di chi guarda».

Le sue origini ebraiche hanno influenzato il suo lavoro? «La mia eredità ebraica e il fatto di vivere in Israele mi hanno dato la possibilità di fare molte esperienze uniche nella vita, che differiscono da quelle degli altri. Il cibo, il clima, le persone, la diversità delle culture all’interno del paese e della comunità e l’aver dovuto prestare servizio militare all’età di 18 anni mi hanno permesso di apprezzare la libertà e il senso di responsabilità. Non do mai nulla per scontato nella mia vita e il concetto di limite è fuori dall’equazione».

L’arte può cambiare la società? «Io credo senza dubbio nel potere delle arti; in caso contrario, non vi avrei dedicato la mia vita» – sostiene Ronen “Roni” Koresh –. La pandemia ha avuto delle conseguenze sul suo lavoro? «La pandemia ha sicuramente influenzato il mio lavoro e il modo in cui lavoro» – rivela il coreografo –. «Ha aggiunto un’urgenza a tutto ciò che faccio e mi ha fatto apprezzare maggiormente le opportunità che si presentano a ciascuno di noi». E conclude: «Non dare mai nulla per scontato, fai sempre meglio che puoi e sii consapevole delle tue fortune (Never take it for granted, always do the best that you can ,and count your blessings)».

Nel nostro tempo attraversato da guerre e epidemie, quale messaggio vorrebbe affidare alle sue opere? «Non importa quanto le cose sembrino difficili, la vita è meravigliosa».

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Lo storico sostiene che – “capire le cause del disprezzo significa individuare l’origine della paura.

La paura porta sempre a disprezzare e nasce dalla debolezza, dall’inettitudine. Avere paura porta con sé l’esigenza di trovare colpevoli su cui riversare le proprie frustrazioni. Per intendere in profondità l’antisemitismo è necessario fare un volo ‘à rebours’ fino ai prodromi del Medioevo, atterrando nel cuore di quel ‘laboratorio’ generativo della religione cristiana che furono i cosiddetti Padri della Chiesa.

L’interpretazione preconcetta di alcuni passi evangelici determinò una serie di valutazioni e convincimenti sulla vita e la morte di Cristo, in cui il complesso del popolo ebraico assunse responsabilità e caratteri atemporali, costituendo l’avvio di una visione ‘razzista’ della redenzione messianica, ovviamente sbagliata e ovviamente incoerente rispetto all’originaria Buona Novella (il Vangelo). L’Ebreo divenne il polo negativo di una necessità provvidenziale, una sorta di trasposizione in chiave ‘terrestre’ della ribellione luciferina.

Gli Ebrei iniziarono ad essere visti come i colpevoli della morte di Gesù, non riconosciuto come Messia ma soprattutto negato nella sua natura divina. Necessari e orribili come il demonio, essi assunsero – anche per mezzo delle immagini artistiche – il ruolo di causa di tutti i mali. Nel Sette-Ottocento il negativo della ‘razza’ ebraica venne trasposto su un piano sociale, praticamente biologico e pseudoscientifico, dando avvio alla linea di pensiero assunta e poi reinterpretata in termini di supremazia politica dal nazismo e dal fascismo. Ma le radici di quell’orribile pianta affondano nel cuore della religione. Solo la conoscenza – a tratti imbarazzante – di quanto abbia inciso il pregiudizio religioso sulla vita di milioni di persone innocenti consente, da un lato di comprendere una parte importante dell’intera storia occidentale, dall’altro di poter rifondare i concetti del ‘sacro’ e del ‘divino’ su valori non divisivi. Fare memoria significa diventare consapevoli di una storia complessa, quasi mai raccontata, una storia sgradevole ma che costituisce l’intelaiatura di tanti ‘sviluppi umani’ di ciò che ci circonda, ancora oggi”.