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Il 12 febbraio scorso, Alessandro Matta e Bruno Spinazzola hanno avuto l’onore di intervistare Franca Marcelli Turco, una donna con una storia straordinaria di coraggio e umanità. Nata a Roma e sarda d’adozione, Franca ha vissuto da bambina nel cuore di Trastevere, un quartiere che sarebbe stato testimone di uno degli eventi più tragici della storia italiana: il rastrellamento del Ghetto di Roma il 16 ottobre 1943.

In quel giorno buio, la famiglia di Franca compì un atto di straordinaria generosità, nascondendo due dei nove bambini della famiglia Mieli. Questi bambini erano stati messi in salvo grazie all’intervento tempestivo di un agente di polizia di nome Pifferi, che aveva avvertito la famiglia del pericolo imminente.

Ma il coraggio di Pifferi e dei Marcelli non si fermò qui. L’agente di polizia, rischiando la propria vita, continuò a nascondere i bambini Mieli e altre persone ebree nella zona dei Castelli Romani, fino alla liberazione.

La testimonianza di Franca Marcelli Turco è un prezioso tassello nella ricostruzione di quei tragici eventi e un esempio di come la solidarietà e l’umanità possano trionfare sull’odio e la persecuzione.

Ora, l’obiettivo è quello di rintracciare ulteriori testimonianze che confermino la storia di Franca e di raccogliere le prove necessarie per presentare la candidatura dei Marcelli e di Pifferi allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, per il riconoscimento di Giusti tra le Nazioni.

Questo riconoscimento onorerebbe il coraggio di queste persone e manterrebbe viva la memoria di un periodo storico che non deve essere dimenticato.

Un’occasione imperdibile per immergersi nella storia dell’Italia del dopoguerra e dei profughi sopravvissuti alla Shoah: la proiezione del film “Il Grido della Terra” di Duilio Coletti, un’opera che racconta l’esodo verso la nascente Stato di Israele, anticipando di vent’anni il più celebre “Exodus” americano.

L’evento, arricchito dalla presenza di Alessandro Matta, Presidente del Memoriale sardo della Shoah, e dal collegamento via Zoom con lo studioso Luca Martera, offrirà un’occasione unica per approfondire non solo la pellicola, ma anche il contesto storico e le censure che l’hanno accompagnata.

Luca Martera, autore del libro di prossima pubblicazione “Usurai, Seduttori e Cospiratori: L’Antisemitismo nel Cinema Italiano prima della Shoah”, ci guiderà alla scoperta del passato del regista Duilio Coletti, un intellettuale che ha dovuto fare i conti con il fascismo e che ha poi intrapreso un percorso di redenzione.

Attraverso la sua analisi, esploreremo anche le censure che hanno colpito “Il Grido della Terra”, rivelando le persistenti tracce di antisemitismo nell’Italia del secondo dopoguerra.

18 febbraio, ore 19:30 presso la sede dell’associazione Chenàbura. Un appuntamento da non perdere per chi vuole conoscere un capitolo importante della nostra storia e riflettere sulle sfide del presente.

Per celebrare il Giorno della Memoria del 2025 l’associazione Chenàbura sardos pro Israele ha scelto di ricordare i “Giusti tra le Nazioni” sardi attraverso il dialogo interreligioso. E lo ha fatto all’interno dello spazio all’aperto della Fondazione Siotto che ospita le targhe dedicate ai Giusti sardi, volute dalla stessa associazione in collaborazione con la Fondazione.
Una cerimonia dedicata al significato dell’ essere uomini e donne “sovversive”, di coloro cioè che a rischio della propria vita e contro il pensiero dominante scelgono di salvare vite umane.

Coloro che lo hanno fatto in passato si ricordano come “Giusti”. Chi erano I giusti di ieri e chi sono quelli di oggi? Nel corso della cerimonia ne hanno parlato i rappresentanti di quattro confessioni religiose: Pino Siddi Diacono e responsabile del dialogo interreligioso della Chiesa Cattolica; Marco Piroddi Pastore della comunità cristiana “Cieli Aperti”, che ha sede a Quartu S. Elena; di Gian Paolo Soddu presidente dell’assemblea Spirituale Locale dei Baha’i di Cagliari; di Haim Fabrizio Cipriani, Rabbino delle comunità progressiste di Milano e Roma, ma anche in Francia a Tolosa, Montpellier e Marsiglia. In Italia è il fondatore e l’anima di Etz Haim.

La cerimonia si è svolta davanti ad alcune autorità cittadine: il Prefetto di Cagliari Giuseppe Castaldo, la Questore Rossana Lavezzaro, il presidente della fondazione Siotto Aldo Accardo.

Durante il suo intervento il rabbino Haim Fabrizio Cipriani ha rimarcano l’esigenza di lottare contro l’antisemitismo di oggi: “perché l’olocausto – ha spiegato – non è nato dal nulla, ma da un clima di generale dispregio del popolo ebraico che si è formato nei secoli e che ancora oggi vive ed è quello che impedisce ad un ebreo di camminare per strada portando liberamente i simboli della sua cultura”.

Il 15 dicembre 2024 è stata inaugurata nella Sala della Torretta del Centro Comunale d’Arte e Cultura EXMA di Cagliari la mostra fotografica “Il destino degli ebrei di Rodi. Lo sguardo di Girolamo Sotgiu, un Giusto tra le Nazioni Sardo” organizzata dall’Associazione Chenàbura. L’esposizione arriva negli ottant’anni dai tragici eventi che hanno investito la comunità di ebrei di Rodi deportati in massa, nel luglio del 1944, nei campi di concentramento dalle forze nazi – fasciste che occuparono l’isola.

La mostra ha voluto celebrare anche la figura di Girolamo Sotgiu e della moglie Bianca Ripepi che in quegli anni si trovavano a Rodi e che a rischio della propria vita aiutarono molti ebrei, salvando in particolare una bambina, facendola passare per la propria figlia. Atto eroico che valse loro il riconoscimento di Giusti tra le Nazioni.

Nell’esposizione sono infatti stati inseriti anche gli articoli pubblicati sul quotidiano “L’Unione Sarda” che il grande politico e scrittore sardo dedicò alle vicende della comunità ebraica. Tra i documenti anche il certificato falsificato con il quale i due coniugi attestavano di aver preso in affido la bimba ebrea.

All’inaugurazione hanno voluto essere presenti, oltre a Daniela Rahmani, la cui famiglia di origini rodesiane è stata costretta ad una lunga migrazione a causa delle persecuzioni e che ha donato all’associazione le fotografie esposte, Carmina Conte, ora presidente dell’Associazione Coordinamento 3 e amica dei coniugi Sotgiu che ha testimoniato come la grande generosità della coppia debba essere oggi da esempio per tutti; Isabel Vera, fondatrice del progetto Eurinsula, che ha voluto portare la solidarietà alla comunità ebraica sarda, in rappresentanza del progetto Isole del Mediterraneo; Aldo Accardo, presidente della Fondazione Siotto e allievo di Girolamo Sotgiu, che ha sottolineato l’importanza in questo momento storico di ricordare la tragedia nazi fascista e l’esigenza ancor più forte di lottare oggi contro il nuovo antisemitismo penetrato nella società e nelle istituzioni.

Chi era Guido Segre? Un imprenditore visionario, un banchiere influente, un amico di Mussolini, eppure un nome quasi del tutto dimenticato. Un nuovo docufilm, “Guido Segre, una storia dimenticata”, diretto da Filippo Petrucci, riporta alla luce la straordinaria vicenda di quest’uomo, il cui contributo alla storia italiana è stato oscurato dalle leggi razziali del 1938.

Segre, di origini ebraiche, fu un protagonista della vita economica italiana nella prima metà del Novecento. La sua ascesa fu fulminea: divenne un alto dirigente della Fiat, acquisì importanti aziende e si distinse per la sua capacità di anticipare i tempi. Quando Mussolini, dopo le sanzioni internazionali all’Italia, decise di puntare sull’autosufficienza, Segre fu l’uomo chiave.

Fu lui a ideare e realizzare Carbonia e Arsia, due città minerarie nate dal nulla per sfruttare le risorse di carbone del Sulcis e dell’Istria. Eppure, il suo nome è stato cancellato dalla memoria di queste città, come se non fosse mai esistito.

Il docufilm di Petrucci ripercorre la vita di Segre, dalla nascita a Torino alla sua ascesa a Trieste, fino alla tragica caduta. Attraverso testimonianze, immagini d’archivio e riprese dei luoghi simbolo della sua opera, il regista ricostruisce la parabola di un uomo che fu prima celebrato e poi dimenticato.

La storia di Segre è una riflessione sul potere distruttivo delle leggi razziali, che non solo lo privarono dei suoi diritti, ma lo cancellarono dalla memoria collettiva. Il docufilm è un atto di giustizia, un modo per restituire a Guido Segre il posto che merita nella storia d’Italia.

Il 3 dicembre 2024, alle ore 18:00, la sede di Cagliari della Fondazione di Sardegna ospiterà la proiezione del documentario di Petrucci.

Leggi l’articolo completo su La Nuova Sardegna

La storia di Dimitar Peshev è un potente esempio di come un singolo individuo possa fare la differenza, cambiando il corso della storia. La sua vita, segnata da un atto di straordinario coraggio, ci insegna che anche in tempi oscuri, la luce della giustizia può brillare.

Peshev, un avvocato di successo proveniente da una famiglia aristocratica, era una figura di spicco nella politica bulgara. Affascinato dagli ideali totalitari che imperversavano in Europa nel XX secolo, ricoprì importanti cariche, tra cui quella di Ministro della Giustizia e Vicepresidente del Parlamento.

Nel marzo del 1943, un incontro casuale con un vecchio compagno di scuola ebreo cambiò radicalmente la sua vita. L’amico, disperato, gli rivelò un accordo segreto tra il governo bulgaro e i nazisti per la deportazione di tutta la comunità ebraica bulgara verso i campi di sterminio.

Peshev, a differenza di molti altri, comprese la gravità della situazione e decise di agire. Radunò un gruppo di deputati e si recò immediatamente dal Ministro dell’Interno, costringendolo a sospendere l’ordine di deportazione. Non contento, presentò una dura lettera di protesta in Parlamento, sostenendo che solo salvando gli ebrei, la Bulgaria avrebbe salvato il proprio onore.

La sua azione suscitò una forte reazione da parte di altri politici, intellettuali e membri della chiesa ortodossa. Tuttavia, la pressione esercitata da Peshev e dai suoi sostenitori costrinse il governo e il re a fare marcia indietro, salvando la comunità ebraica dalla deportazione.

Peshev pagò caro il suo gesto. Perse la carica di Vicepresidente del Parlamento e rischiò di essere consegnato ai tedeschi. Dopo l’occupazione della Bulgaria da parte dell’Armata Rossa, fu processato dal nuovo regime comunista e condannato a 15 anni di carcere, nonostante le testimonianze degli ebrei che aveva salvato.

Morì in solitudine, senza mai rinnegare il suo gesto. La sua storia, rimasta a lungo nell’ombra, fu riportata alla luce grazie allo studioso Gabriele Nissim, che incontrò casualmente un sopravvissuto ebreo bulgaro durante una ricerca all’Archivio di Yad Vashem a Gerusalemme, e decise di raccontare la vita di Peshev nel libro “L’uomo che fermò Hitler. La storia di Dimitar Peshev, che salvò gli ebrei di una nazione intera”.

La storia di Dimitar Peshev è un esempio di coraggio e umanità in un’epoca buia. La sua azione dimostra che anche un singolo individuo può fare la differenza, scegliendo di schierarsi dalla parte della giustizia.

Nel cuore del cimitero di San Michele a Cagliari, tra le lapidi di soldati inglesi, si nasconde una stella di David. È la tomba del soldato L. Joseph, un ebreo sudafricano caduto in Sardegna nel 1943. La sua storia è solo una delle tante che raccontano il coraggio dei soldati ebrei che hanno combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, un legame spesso dimenticato tra la Sardegna e la Resistenza ebraica.

L’articolo di Alessandro Matta per l’Unione Sarda ci porta in un viaggio nel tempo, alla scoperta di altre storie di eroi ebrei che hanno incrociato il loro destino con la Sardegna. Renzo Cavaglione, ad esempio, dopo aver combattuto con gli Alleati, lavorò a Cagliari per l’ufficio di propaganda. Renzo Coen, nipote di una professoressa ebrea espulsa da Sassari, si unì alla lotta partigiana in Val d’Ossola. Bruno Cevidalli, cagliaritano, combatté nella Resistenza e aiutò prigionieri inglesi e americani.

Queste storie ci ricordano che la Resistenza ebraica non è solo un capitolo della storia europea, ma ha toccato da vicino anche la nostra isola. Un legame che merita di essere riscoperto e celebrato.

Leggi l’articolo completo su l’Unione Sarda

Il 4 aprile 2024, il Centro Servizi Culturali UNLA di Oristano ospiterà un evento importante: la presentazione del libro di Alessandro Matta, “Gli ebrei della Sardegna durante le leggi antiebraiche e la Shoah”. Questo libro è il risultato di anni di ricerca e si propone di colmare una lacuna nella storia sarda, raccontando cosa successe alle poche famiglie ebree presenti sull’isola durante il periodo delle leggi razziali e della Shoah.

L’autore, Alessandro Matta, ha dedicato la sua vita allo studio della Shoah e della storia ebraica. In questo libro, ci conduce in un viaggio attraverso documenti d’archivio, testimonianze e storie di vita, per ricostruire un quadro completo di un periodo buio. Matta ci pone domande importanti: come reagirono i sardi alle leggi razziali? Quale fu il ruolo delle autorità? E come gli ebrei sopravvissuti contribuirono alla ricostruzione del dopoguerra?

Questo libro è un’occasione per riflettere sul passato, per non dimenticare le vittime della Shoah e per imparare dagli errori del passato.

Leggi la notizia completa su Comune di Oristano

Il 26 gennaio 2024, il Conservatorio Pierluigi da Palestrina di Cagliari ha ospitato una toccante cerimonia in occasione del Giorno della Shoah. Un momento di riflessione profonda, arricchito dal dialogo tra Ignazio Artizzu, Capo redattore di Rai3 Sardegna, e Bruno Spinazzola, vicepresidente dell’associazione Chenàbura Sardos pro Israele.

Il dialogo ha affrontato il tema della persistenza dell’antisemitismo, con Spinazzola che ha sottolineato come la Shoah non sia un evento relegato al passato, ma un trauma che continua a riverberarsi nel presente.

Spinazzola, rifugiato di seconda generazione, ha condiviso la storia della sua famiglia, segnata dall’espulsione dalla Tunisia negli anni ’50. Ha poi ricordato le due tragedie che hanno colpito il popolo ebraico nel XX secolo: la Shoah e l’espulsione degli ebrei dai paesi arabi.

Il massacro del 7 ottobre in Israele è stato un punto centrale della discussione. Spinazzola ha paragonato l’evento a una “mini-Shoah”, un trauma che ha rievocato le atrocità del passato. Ha poi evidenziato la differenza tra il massacro di civili e il combattimento tra eserciti, sottolineando la crudeltà e la natura indiscriminata dell’attacco di Hamas.

Artizzu ha introdotto il termine “Pogrom”, chiedendo a Spinazzola un’analisi degli eventi del 7 ottobre. Spinazzola ha ribadito la natura di massacro dell’attacco, distinguendolo dal conflitto in corso a Gaza.

La discussione si è spostata sull’importanza di riconoscere le nuove forme di antisemitismo e le ideologie genocidarie che si manifestano nel presente. Spinazzola ha messo in guardia contro l’illusione che la Shoah non possa ripetersi, sottolineando la necessità di “cambiare occhiali” per riconoscere le nuove minacce.

Il dialogo si è concluso con una riflessione sulla pace e sulla necessità di un cessate il fuoco, condizione preliminare per qualsiasi prospettiva di pace. Spinazzola ha condiviso le lezioni apprese dalla Shoah: la necessità di rimanere lucidi, di credere alle minacce, di riconoscere l’importanza della difesa e di affrontare le notizie difficili senza illusioni.

La cerimonia ha offerto un momento di riflessione profonda sulla memoria della Shoah e sulla sua rilevanza nel presente, un monito contro l’indifferenza e l’odio.

La festa degli alberi non è una festa sacra, ma per la comunità ebraica è altrettanto importante. Nella sede dell’associazione Chenàbura di Cagliari, domenica 5 febbraio,  si è voluto ricordare il significato di questa ricorrenza nella quale si usa mangiare  frutta di ogni varietà sia fresca che secca disposta ordinatamente in un grande piatto, secondo un preciso ordine.

Tu Bi’Shvat ha un significato profondo, non solo perchè ricorda lontani progrom, ma anche quello più recente della Shoa.

Ha provato a spiegarlo in un articolo l’ex ambasciatore di Israele Dror Eydar ospite nell’isola e dell’associazione lo scorso giugno.

Festa degli alberi

Festa degli alberi

Secondo Dror Eydar la festa non è soltanto un ricordo di ciò che ha profetizzato Ezechiele in Babilonia (attuale Irak),  2500 anni fa, in mezzo ai  profughi e esiliati ebrei  dalla Giudea (era il 570 a.C.), ma anche un segno della grande impegno degli ebrei nei ocnfronti della natura.

Nel suo articolo l’ambasciatore richiama la  profezia della “Valle delle ossa Secche” e poi l’ altra profezia sempre di Ezechiele  che parla del “ Vento che porterà le ossa secche dalle tombe e le poserà in Israele piena di alberi da frutta”. È il ritorno degli ebrei dalle diaspore di Babilonia (Ciro il Persiano) e Herzl  nel 1900, dalla diaspora Europea dopo  2000 anni.
E qui entra l’inno di Umber “Hatikva” di pari età per scaldare i corpi e le ossa secche e bruciate nelle camere a gas e crematori di AUSCHWITZ per il secondo ritorno degli ebrei dopo la Shoà e il ritorno di Israele (Palestina – Terra Santa) alla “Terra promessa stillante latte e miele” ,  come si legge nella Bibbia orale del 1400 a.C.
Ricorda Dror Eydar: “da bambini andavamo a Tu’Bishvat in fila vestiti in Chaki o bianco – celeste con i vecchi del paese in testa e i maestri e le maestre con le zappe in mano e noi con le piantine (carrube o pini ) verso una collina di Zikhron cantando le canzoni di Tu Bi’svat per piantare nelle buche già  pronte,  con l’aiuto dei nonni,  e ricevere dall’austero direttore le buste  di carta con 2 carrube,  1 dattero e 2 fichi secchi, cantando di ritorno “Evenu Shalom Alechem”.
Questo succedeva prima dello Stato di Israele del 1947.
BIGI poi mandava i nuovi immigrati dai paesi arabi a piantare alberi in tutta Israele,  cosi sono nate le foreste della Galilea, quelle attorno a Jerusalem e nel Neghev che ogni volta faccio notare, con orgoglio, anno dopo anno alla “povera” Donata le piccole piantagioni nei wadi.
Era il KKL il fondo mondiale ebraico che pensava di coprire la Palestina, poi Israele di verde.
I Turchi nel secoli pensavano solo di abbatterli gli albeeri per fare carbone, e gli arabi con le capre nere a distruggere ogni macchia mediterranea.
Mark Twain nel 1867 visitando la Palestina l’ha descritta “la più desolata dei Paesi del mondo e senza speranza”. Questo era vero prima dell’arrivo dei pionieri ebrei dall’Est Europa, nel 1880, e la prima cosa che hanno fatto fu piantare alberi.
I villaggi ebrei sono immersi nel verde, quelli arabi senza giardini e piante, salvo i loro orti. Mentalità radicata. Così sono.
Nei disordini arabi in Palestina sotto gli Inglesi nel 1936 -1939 gli arabi hanno bruciato tutte le foreste di KKL in Galilea.
Oggi, forse c’è ancora qualche villaggio ebraico che ancora fa quanto ho descritto, ma certamente non nelle città o villaggi religiosi – “Il cattivo dirà: troppa fatica”  (meglio stare nel HEDER a leggere la Bibbia o Talmud).

Nella giornata internazionale del ricordo delle vittime della Shoah, risalta una vicenda che vede un’intreccio fra ebraismo e sardismo, pochissimo conosciuto. Un sipario, accuratamente abbassato sulla storia di una grande famiglia sarda, che tanto ha caratterizzato il progresso economico e sociale della nostra Isola ed in particolare di Macomer lo alzò Nereide Rudas, deceduta il 19 gennaio 2017 a 91 anni, nel finale della propria vita.

La Rudas, da nubile era una Salmon Rudas perchè il padre Pietro Rudas era un ingegnere di Laerru e aveva sposato Emma Salmon di famiglia ebraica, figlia di ebrea anche se convertita e quindi per le antiche leggi Nereide stessa era ebrea e lo aveva sempre saputo se pur timorosamente celato.

A quattro anni perse il padre e con la madre si trasferì a Macomer vivendo con i nonni Gustavo Coen Salmòn e Nereide Tibi figlia di Martino e gestore, sembra proveniente da Torino e probabilmente anch’esso ebreo ma da accertare , dell’Albergo Macomer dove Gustavo alloggiava.

A 17 anni fu una delle tre donne iscritte alla Facoltà di medicina di

Bologna.

Si sposò a 19 anni col medico Carlo Marongiu, ebbe un figlio continuando a studiare ma un’improvvisa vedovanza le impose di continuare in solitudine gli studi di Medicina nell’Università di Cagliari nella quale si laureò intraprendendo la carriera universitaria.

Da grande sarda, fu docente e psichiatra di fama internazionale, di enorme cultura ed umanità, dopo una vita di studio, d’impegno culturale e civile , realizzazioni e grandi successi professionali e scientifici ci ha lasciato da pochi anni.

Nei suoi ultimi tempi stava ri-conoscendo e approfondendo l’eredità delle sue radici ebraiche per parte della mamma Emma, figlia di Gustavo Coen Salmon, ebreo venuto in Sardegna da Livorno nel 1895 per una partita di caccia.

Gustavo decise mettendo su famiglia e sposando Nereide Tibi, di rimanere investendo le sue cospicue ricchezze e soprattutto conoscenze economiche e finanziarie impiegandole in vari settori e con gran successo.

Acquistò terre, aprì caseifici moderni, iniziò la loro esportazione nelle Americhe, costruì la prima centrale elettrica, prestò denaro ad interesse più basso delle banche e battendo l’usura che attanagliava pastori e contadini, fabbricò ville e palazzi.

La sua famiglia Coen Salmon, sefardita cacciata dalla Spagna dopo l’editto del 1492 e approdata in Algeria, era fuggita da Algeri nel 1805 per sfuggire ad un pogrom islamico scatenato contro la comunità ebraica locale e approdando a Livorno.

Oscar, fratello di Emma Salmon, quindi zio di Nereide Rudas, ritornato dalla Grande guerra da eroe fu fra i fondatori del PSdAz e probabilmente fra gli organizzatori nella logistica dei primi congressi dei combattenti e poi del PSdAz a Macomer .

Anche Gustavo Salmon il nonno di Nereide, grande imprenditore in svariati campi e innovatore economico e tecnologico che contribuì alla nascita della Macomer moderna, sostenne il sardismo e fu sempre antifascista.

Per questo fu ammonito e posto sotto sorveglianza dopo la svolta antisemita del regime fascista e divenne vittima dell’applicazione delle severissime norme contro gli ebrei anche in relazione alle attività imprenditoriali.

Non conosco i particolari della persecuzione dell’intera famiglia, se venne attuata o solo minacciata o anche se abbia beneficiato in qualche maniera della copertura conseguente alla particolarissima vicenda del sardofascismo che aveva visto una parte dei sardisti vestire la camicia nera mantenendo saldi gli originari principi sardisti .

Neanche il passaggio al cattolicesimo per potersi sposare lo salvò completamente e in quanto ebreo fu anche minacciato di deportazione che non avvenne forse per rispetto per il figlio ex combattente decorato al valore e per l’amicizia del Vescovo di Bosa al quale, moderno Marrano, aveva donato il Giardino Salmon nel quale venne costruita la chiesa ancora esistente .

Nella facciata della chiesa il Vescovo fece inserire nel rosone una grande stella di Davide, forse per ringraziamento all’amico e mecenate, stella che appare in foto d’epoca e oggi misteriosamente scomparsa.

Dopo l’8 settembre 1943 quando in continente imperversavano i nazisti e i repubblichini, arrestando gli ebrei ed avviandoli nei lager per lo sterminio, la Sardegna fu liberata e occupata dagli Alleati che avanzavano nella Penisola. Scomparve per i Salmon il rischio di essere prelevati e assassinati come avvenne ad esempio per gli ebrei dell’Italia nazifascista e del Dodecanneso italiano ed in particolare a Rodi e lo zio di Nereide il sardista Ugo Salmon fu nominato Commissario prefettizio.

Nereide che in gioventù assieme a tutta la famiglia subì l’umiliazione e la minaccia alla sicurezza e la paura di persecuzione conseguente alle leggi razziali fasciste che richiedevano prove e gradi di arianità sempre più stringenti risalendo anche alle più lontane parentele ebraiche, anche in discendenze miste , raramente affrontava questo lato della sua vita e solo negli ultimi tempi aveva iniziato un percorso di autoanalisi e di svelamento pubblico di una sua identità ebraica oltre che sarda e che stava riscoprendo e rivalutando.

Ne parlava con pochi amici che sentiva aperti e sensibili nei riguardi della sua identità ebraica che con sofferenza interiore estraeva dai ricordi terribili della sua giovinezza che aveva vissuto l’antisemitismo che come un fumo venefico aveva circondato la sua famiglia, ma che anche avvelenava in qualche misura come antisionismo l’ambiente di sinistra al quale politicamente faceva riferimento per cui visse con tante remore e timori di rivelare le proprie origini ebraiche.

Sul sardismo e l’ebraismo furono incentrate alcune sue riflessioni negli ultimi anni della sua vita e aveva registrato con curiosità ed interesse la nascita e le attività dell’Associazione Chenàbura-sardos pro Israele e manifestato il desiderio di incontrare qualche suo rappresentante, dato che questa nascita le aveva sollecitato tanti ricordi e la sensazione liberatoria di non essere più sola.

Anche da parte mia era grande l’interesse per un incontro.

La conoscevo già ma non da questo punto di vista perché la sua origine ebraica non mi era nota .

Purtroppo ci lasciò prima che potessi vederla e parlarci ma comuni amici che stavano preparando l’incontro mi hanno raccontato del suo desiderio di riappropriarsi della sua eredita culturale ebraica, rammaricandosi di averla dissimulata anche per una timorosa autocensura rispetto alla cultura dominante nella sinistra italiana e sarda a cui faceva riferimento permeata di antisionismo come forma ambigua di antisemitismo.

Sta adesso agli storici e agli appassionati di storia approfondire questo mio appunto e ricordo .

Il Giardino dei Giusti tra le Nazioni di Sardegna si trova all’interno del Palazzo Siotto di Cagliari in via Genovesi , una antica e signorile dimora divenuta oggi  sede di una Fondazione, al cui interno trova spazio un centro culturale per convegni e spettacoli.

La posa in opera è stata voluta fortemente da Mario Carboni, presidente dell’Associazione culturale Chenàbura, attiva nel territorio da più di 10 anni con l’intento di  valorizzare la storia della comunità ebreaica  in Sardegna e nel contempo costruire legami di amicizia con Israele.

Una cerimonia molto sentita in città perchè organizzata il giorno precedente il 27 gennaio, considerato ormai universalmente il “giorno della memoria” in ricordo del  genocidio del popolo ebreo durante il nazismo.

Nel Giardino dei Giusti sardi ( in analogia col Giardino dei Giusti di Palermo ) sono state poste sette semplici targhe artistiche in ceramica smaltata realizzate su commessa dell’Associazione Chenàbura da Fabio Frau, artista che opera in Castello, quartiere storico del capoluogo, con il nome, luogo di nascita e morte dei Giusti.

Ai cinque Giusti sardi generalmente noti e certificati dallo Yad Vascem si sono aggiunti recentemente a seguito della  ricerca di Chenàbura altri due e quindi sono ad oggi sette coloro che sono ricordati nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni di Cagliari.

Altre due targhe sono dedicate rispettivamente al ricordo del Pordajmos , il genocidio dei Rom e dei Sinti e del Metz Yeghern il genocidio degli Armeni, internazionalmente assimilati alla Shoah.

Una targa è dedicata ai Giusti fra le Nazioni ignoti.

Durante la cerimonia le autorità presenti hanno ricordato l’importanza della memoria soprattutto in un momento nel quale l’antisemitismo non sembra ancora sconfitto e l’Europa è attraversata da una guerra terribile.

Toccante il momento in cui uno dei soci di Chenàbura, Yakov Alevi ha intonato I canti cerimoniali ebraici in ricordo della Shoa con al suo fianco l’Arcivescovo di Cagliari,  Monsignor Giuseppe Baturi che di seguito a dedicato una preghiera cristiana ai Giusti tra le Nazioni di Sardegna e benedetto i presenti.

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Il giardino dei Giusti tra le Nazioni Sardi è stato allestito in  uno spazio all’aperto di Palazzo Siotto, in via dei Genovesi 118 e realizzato dall’associazione culturale Chenàbura con il Comitato sardo per la Celebrazione dei grandi eventi e la Fondazione Siotto.
Vi si trovano dodici targhe realizzate in ceramica da un artigiano sardo,  Fabio Frau,  di cui sette per  ricordare i Giusti di origine sarda e altte cinque targhe in ricordo di altri genocidi e dei Giusti ignoti.

I Giusti di origine sarda sono:

1) — CARMEN ATZERI
1892 Cagliari – 1992 Roma
Giusta fra le Nazioni

2) — SALVATORE CORRIAS
1909 San Nicolò Gerrei – 1945 Bugone di Moltrasio
Giusto fra le Nazioni

3) — Suor GIUSEPPINA DE MURO
1903 Lanusei – 1965 Torino
Giusta fra le Nazioni

4) — FRANCESCO LORIGA
1891 Sassari – 1960 Roma
Giusto fra le Nazioni

5) — BIANCA RIPEPI
1922 Reggio Calabria – 2005 Cagliari
Giusta fra le Nazioni

6) — GIROLAMO SOTGIU
1915 La Maddalena – 1996 Cagliari
Giusto fra le Nazioni

7) — VITTORIO TREDICI
1892 Iglesias – 1967 Roma
Giusto fra le Nazioni

Le altre targhe:

8) — I GIUSTI NEL PORRAJMOS
Genocidio dei Rom/Sinti

9) — I GIUSTI NEL METZ YEGHÉRN
Genocidio degli Armeni

10) — I GIUSTI FRA LE NAZIONI IGNOTI

11) — targa 80 x 30 ( 2 targhe unite 40 x 30 ) GIARDINO DEDICATO AI GIUSTI FRA LE NAZIONI NEL MONDO

 

Il termine Giusto fra le Nazioni indica i non ebrei che a rischio della vita, senza alcun interesse personale hanno salvato anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah.
L’Associazione Chenàbura, come articolazione del proprio MUCE-Piccolo Museo di Cultura Ebraica di Via Alberto Lamarmora 88 a Cagliari, ha progettato il Giardino dei Giusti sardi realizzato nello spazio aperto della Fondazione Siotto sempre a Cagliari che è situato nell’area dell’antica Giuderia di Castello, per rendere omaggio e ricordare queste figure coraggiose nel cuore di un quartiere dal quale ingustamente altri ebrei molto tempo prima erano stati cacciati.

COS’E’ IL GIARDINO DEI GIUSTI DELLE NAZIONI

E’ un luogo simbolico dove ricordare figure esemplari di donne e uomini che hanno rischiato la propria vita per salvare quella di un ebreo o ne abbiano evitato la deportazione.
Il Memoriale ufficiale di Israele Yad Vaschem, si trova a Gerusalemme dove è stata istituita questa onorificenza che viene conferita da una Commissione a seguito di una lunga e severa procedura d’indagine rivolta a tutti i non ebrei riconosciuti come Giusti in base a precise  regole:
a) l’atto di salvataggio deve essere stato effettuato da un non ebreo nei confronti di un ebreo;
b) deve essere un atto che abbia evitato a uno o più ebrei il pericolo di morte immediata o la deportazione in campi di concentramento;
c) il salvatore deve aver rischiato la propria vita per salvare uno o più ebrei;
d) il salvatore non deve averne tratto alcun vantaggio, né di natura economica né di altro genere, né immediato né futuro.
La Commissione prende inoltre in considerazione:
• i rapporti specifici tra salvatore e salvato;
• le condizioni del paese o della zona in cui avvennero i fatti;
• il periodo storico in cui ciò accadde;
• tutti gli elementi in grado di evidenziare le caratteristiche di eccezionalità dell’azione del salvatore rispetto a un normale comportamento di aiuto al prossimo (degno comunque di rispetto).
Ai Giusti di tante nazionalità e paesi d’origine il cui elenco è vicino alle trentamila unità viene concessa la Cittadinanza onoraria dello Stato d’Israele e una serie di facilitazioni.
Al loro nome è dedicato un albero messo a dimora nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni nel Monte della Memoria presso lo Yad Vaschem a Gerusalemme o una targa nel contiguo Muro della Memoria.

 

Associazione Chenàbura-sardos pro Israele
sede operativa
Via Alberto Lamarmora 88 Cagliari 09124

MUCE-piccolo museo di cultura ebraica
Via Alberto Lamarmora 88 Cagliari 09124
si visita su prenotazione

Giardino dei Giusti fra le Nazioni
Via dei genovesi 118 Cagliari 09124
si visita su prenotazione

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